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A PAROLA DATA di Simone Momianesi

"Io auspico che vi scongeliate da questa posizione di incomunicabilità che avete assunto", frase peraltro ripetuta più volte da Enrico Letta a Vito Crimi e Roberta Lombardi, capigruppo al Senato e alla Camera del Movimento 5 Stelle, durante l'incontro in streaming su varie reti televisive e che è servito tanto per capire l'abissale differenza culturale tra le parti contrapposte quanto che i grillini avrebbero anche voluto dare l'appoggio al Governo nascente, sempre che gli aderenti al movimento avessero dato il benestare.
Quando aderenti sta per Beppe Grillo.

"L'incontro con l'on. Pierluigi Bersani e l'on. Enrico Letta è stata l'occasione per confermare quel che abbiamo sempre detto: il presidente della Repubblica deve rappresentare l'unità nazionale e dunque non può essere, e neanche può apparire, ostile a una parte significativa del popolo italiano.
Deve trattarsi di una personalità di indiscusso prestigio e di riconosciuta competenza istituzionale."

Così parlò Angelino Alfano a margine dell'incontro avuto assieme a Silvio Berlusconi con i vertici del PD finalizzato a trovare un percorso che porti all'individuazione di una rosa di candidati al Quirinale, ma anche per trovare un terreno comune o qualche formula possibile per dare un governo all'Italia.

"Se il Movimento 5 Stelle farà l'accordo con i partiti per dare la fiducia al governo, io uscirò immediatamente dal movimento".

L'affermazione è di Gianroberto Casaleggio con un post sul blog del Movimento 5 Stelle, organo comunicativo del partito.
A questo  se n'è aggiunto uno di Beppe Grillo "esco dal movimento se qualcuno si allea con quelli che hanno rovinato l'Italia".

I due sono i padri nobili del Movimento, accomunati dalla zazzera e dal non essere presenti come eletti in alcuna Camera, cosa  questa che crea più di qualche imbarazzo istituzionale sul ruolo politico che avrebbero o nel come considerare le loro esternazioni  verso i propri parlamentari.

"Il risultato delle elezioni è lusinghiero e questo ci permette di guardare con ottimismo al prossimo futuro anche in vista di un nostro consolidamento sul territorio in vista delle prossime scadenze elettorali". Così parlò Mario Monti all'indomani dei risultati delle elezioni politiche.
Contento lui: senatore a vita, capo partito e personalità di spicco nei migliori salotti dell'economia internazionale, in un'epoca nella quale la fa da padrone chi urla più forte ha portato a casa un misero 9% e una ridotta pattuglia di parlamentari.
E non è riuscito a compattare attorno alla sua formazione politica il consenso dei moderati italiani.

Non molti giorni fa Beppe Grillo, di sua spontanea iniziativa, si era detto pronto a partecipare a una trasmissione elettorale di Sky Tg 24 nella quale si sarebbe sottoposto alle consuete domande di rito - in questo periodo e data l'occasione - da parte del conduttore, Fabio Vitale.

La cosa non era passata inosservata, sembrava quasi una sorta di rottura di un tabù nel quale Grillo si è rinchiuso fin dall'inizio della sua personale esperienza politica.

Il comico genovese difatti conduce una specie di lotta contro tutto ciò che è sistema e non ha mai mancato di usare le stesse premure (leggasi ingiurie) a politici e a giornalisti.

In questa fase storica, nella quale la gente è piuttosto sfiduciata dalla classe politica, agire con azioni di critica pesante per non dire di contrasto può garantire certamente un bel patrimonio di voti a prescindere dai contenuti espressi da una certa forza politica.

"Questo Governo ha messo sotto controllo i conti pubblici; affermo tranquillamente che la situazione è sotto controllo.
A questo punto, senza voler dissipare i sacrifici fatti dagli italiani, possiamo ipotizzare una graduale riduzione del peso fiscale per dare corso a dinamiche di sviluppo dell'economia".
Tradotto: se eletto vi prometto che abbasserò le tasse.
Così parlò Mario Monti ormai lanciatissimo in una campagna elettorale convinto di essere lui l'ago della bilancia della politica nazionale e il prossimo riconfermato Presidente del Consiglio dei Ministri.

Tra le molte novità politiche di questi giorni, vi è la nascita del movimento "Rivoluzione civile".
A costituirlo Antonio Ingroia, magistrato siciliano in servizio effettivo temporaneo in Guatemala dove gli è stato affidato un importante incarico dalle Nazioni Unite vista la situazione di pesante degrado che imperversa in quell'angolo di Sud America.
Ingroia vi ha portato la sua professionalità acquisita sui campi di battaglia forensi del nostro Meridione, ma tra un'indagine e un'intervista via satellite quale ospite delle più note e popolari trasmissioni televisive che si occupano di attualità, ha costituito un movimento che sembra una contraddizione di termini perché una rivoluzione o lo è in piena regola o non lo può essere.

Oramai il quadro politico è dipanato.
Se sia stato o meno uno dei tanti effetti dell'annunciata "discesa in campo", per la sesta volta, di Silvio Berlusconi, Mario Monti ha rotto ogni indugio e nel corso della tradizionale conferenza stampa di fine d'anno del Presidente del Consiglio dei Ministri, lo ha annunciato: "la mia non sarà una discesa, ma una salita in politica" a significare il senso nobile dell'agire pubblico.

Nelle ultime settimane sul fronte moderato della politica non si è visto niente, tranne forse qualche passo avanti e qualche altro indietro attorno alla figura di Mario Monti come possibile leader politico alle prossime elezioni politiche.
Poi è financo intervenuto il Presidente della Repubblica con un suo dotto comunicato, infarcito di florilegi giuridici, per ricordare che Mario Monti è senatore a vita e che quindi non può essere candidato.
Ovvero che è buono per eventuali condizioni di instabilità politica post-voto.

A seggi del PD non ancora completamente spogliati, Matteo Renzi appena appreso che la percentuale consolidata di consensi attorno alla sua figura e al suo programma non valicava il 40% ha dichiarato "ne prendo atto, da oggi nel partito sono un semplice militante".

Al giovane sindaco di Firenze replicava un trionfante Pierluigi Bersani "gli va riconosciuto come sia riuscito ad animare il dibattito nel PD, portando freschezza e dialogo".

Le elezioni primarie del Partito Democratico si sono appena concluse con dei risultati che erano ampiamente attesi, ovvero con una sorta di testa a testa a livello nazionale tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi che vanno quindi al ballottaggio.
Il PD si è dimostrato per quel che è: un partito vivo che è riuscito a mobilitare tre milioni di cittadini e questo è un qualcosa che fa assai bene all’asfittica democrazia italiana dove il prevalere dello scetticismo della gente verso tutto ciò che odora, quando non puzza, di politica e di istituzioni è oramai a livelli proverbiali per non dire preoccupanti.

L'importanza di chiamarsi Mario
"No", così ha appena risposto Mario Monti alla precisa domanda se gli piacerebbe essere a capo del Governo italiano dopo le elezioni di primavera.
L'uomo, noto per serietà e sobrietà, non poteva dare una risposta più categorica.
Dire se impegnativa per tutti, è presto.
Peraltro Mario Monti sa che il gradimento degli italiani nei suoi confronti non è proprio bassissimo: calato fin che si vuole dal giorno del suo insediamento al vertice dell'esecutivo, ma pur sempre di un tal livello da sparigliare le carte delle segreterie di partito. Cosa che lui non vuole attuare.

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